La Pallavolo Città di Castello ospita atleti ucraini

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Il Città di Castello Pallavolo ha aderito  all’iniziativa proposta dal Comune di Città di Castello, assessore allo sport Riccardo Carletti, per ospitare all’interno dei propri gruppi di allenamento, presso gli impianti in uso e nel rispetto dei protocolli Covid, i bambini/ragazzi e le bambine/ragazze provenienti dall’Ucraina ed ospiti della città in qualità di profughi di guerra. La dirigenza del sodalizio tifernate condivide i valori dì solidarietà e vicinanza con il popolo Ucraino e vuole rendersi utile e mettere a disposizione di chi vorrà partecipare e fare sport di squadra la propria organizzazione, i vari gruppi squadra e gli allenatori di riferimento. Proprio per questo anche la Federazione Italiana Pallavolo  ha elaborato una nuova procedura per consentire ai bambini profughi ucraini, provenienti in Italia a causa della guerra, di potersi tesserare con le società Fipav e svolgere l’attività .

A causa della situazione d’emergenza il settore tesseramento ha creato una procedura facilitata che prevede l’inserimento dei bambini profughi ucraini in una categoria dedicata. L’obiettivo del progetto biancorosso è quello di consentire ai tanti giovani  e giovanissimi arrivati in questi drammatici giorni di guerra anche a Città di Castello di sentirsi accolti,  ritrovare momenti dì serenità anche attraverso la pratica dello  sport favorendo indirettamente anche occasioni d’integrazione in una per loro completamente nuova e sconosciuta realtà, quale quella che stanno vivendo attualmente. Si tratta di un piccolo contributo che riteniamo  importante per i giovani arrivati nel nostro territorio. Una forma di solidarietà, un attestato di vicinanza rivolto in questo caso ai giovani che hanno dovuto fuggire dalla loro terra e che si trovano ora momentaneamente accolti qui da noi, con la speranza che i venti di guerra possano cessare al più presto. Lo sport può mitigare le sofferenze e può rappresentare davvero un’opportunità per sentirsi parte integrante della nostra comunità consentendo loro di vivere un po’ di quella normalità così bruscamente e brutalmente interrotta dalla guerra.